“Non lo riconosco più.. una volta era educato, ordinato, si interessava alle
cose.. ora è completamente diverso, sembra un altro..”; “Mia figlia era aperta,
espansiva, mi diceva tutto.. ora è silenziosa, musona, non mi dice più nulla e passa
ore ed ore al telefono”; “Non so in cosa ho sbagliato.. non riesco più a farmi
ubbidire. Una volta mi stava a sentire, ora, quando parlo, sbuffa..”.
Con parole simili a queste i genitori di adolescenti, esprimono il loro
disorientamento, le loro difficoltà, la loro ansia di fronte ad un figlio che cresce, che
cambia, con il quale diventa sempre più difficile comunicare.
Anche il ragazzo è disorientato, carico di dubbi, interrogativi, che spesso non
possono essere comunicati in modo diretto ai genitori e che, spesso, possono
essere espressi solo attraverso comportamenti di chiusura o di opposizione. Il
ragazzo esprime il suo disagio relativo al fatto di non capire se stesso, di non
sentirsi riconosciuto dagli adulti, in particolare dai genitori, mostrando un grande
bisogno di essere accettato e amato da loro come individuo con una propria
identità, sia pure carica di contraddizioni. Entrambi, genitori e figlio, sono in ansia:
entrambi manifestano la loro difficoltà. Entrambi sono coinvolti in un impegnativo
lavoro: la necessità di trasformare il loro rapporto da un rapporto adulto-bambino a
un rapporto adulto-adulto.
L’adolescenza è uno specifico periodo dello sviluppo caratterizzato
da profonde trasformazioni che si presentano sul piano fisiologico, intrapsichico,
cognitivo e sociale. Tali trasformazioni portano con sé l’emergere di nuove
potenzialità accompagnate da nuovi desideri che premono verso l’autonomia, verso
la crescita, come la stessa etimologia indica (adolescenza, dal latino adolesco,
significa crescere). Il ragazzo cresce fisicamente, diventa più alto, più robusto, più
forte; il corpo cambia, compaiono i caratteri sessuali secondari (come la comparsa
della peluria, l’insorgere del ciclo mestruale), diventa un corpo erotico, capace di
procreare, un corpo quindi sempre più simile a quello dell’adulto.
L’adolescente vuole essere riconosciuto per le nuove potenzialità che sul piano
fisico, sessuale e cognitivo possiede ma, non essendosi lui stesso completamente
appropriato di tali nuove potenzialità, ha bisogno che siano gli altri a riconoscerle,
lasciandogli il tempo di svilupparle sempre di più e di appropriarsene
completamente.
Per il ragazzo è difficile sentirsi figlio mentre sta vivendo la sua
trasformazione in adulto. Fa fatica ad immaginare che anche il modo di essere
figlio può cambiare, cioè che si può essere figlio senza essere totalmente
dipendente. Così oscilla tra momenti in cui si vive come figlio, e questo gli procura
piacere e lo rassicura, a momenti in cui sente grande e vuole la totale
indipendenza. E’ un’oscillazione fisiologica, che esprime il lungo lavoro necessario
per arrivare ad integrare ciò che è stato con ciò che è e con ciò che potrà essere.
Anche per il genitore è spesso difficile, di fronte a un figlio che cresce,
mantenere la propria identità di adulto con una funzione specifica. Il figlio lo
mette continuamente alla prova e lui, il genitore, non solo sente che il figlio non lo
vede più forte e potente come un tempo, ma lui stesso non si sente più come una
volta, quando il figlio era più piccolo e lui stesso era più giovane. Allora anche il
genitore può oscillare assumendo comportamenti contraddittori. Può, ad esempio,
cercare di mettersi sullo stesso piano del figlio e stabilire un rapporto di amicizia
alla pari, che annulla la differenza generazionale (va a vedere gli stessi film, si
mostra di larghe vedute, chiacchiera con gli amici del figlio) oppure, quando
subentrano le preoccupazioni di tutti i giorni o quando la situazione gli sfugge di
mano, riprende il suo ruolo genitoriale e ricorre alle imposizioni in nome di
un’autorità un po’ vacillante. Tali imposizioni spesso non sono seguite dal figlio o
magari è lo stesso genitore che, quando la situazione di tensione è superata, le
lascia cadere. Si verificano così comportamenti incoerenti, non prevedibili né
comprensibili per l’adolescente, comportamenti che, se ripetuti più e più volte,
possono portare a una profonda alterazione della comunicazione. Non ci si capisce
più.
In questi casi se l’adulto è in grado di aspettare il trascorrere del tempo,
allora può essere un genitore che aiuta il figlio ad essere l’adolescente che
realmente è, un genitore cioè che lo aiuta a vivere la sua realtà, senza
mantenerlo nel mondo dei piccoli e, senza proiettarlo, prima del tempo, in quello
degli adulti. Ciò rimanda al complesso tema dell’esercizio dell’autorità, che
comporta il dare dei limiti pur rispettando la libertà dell’altro. Cioè se è fisiologico
per l’adolescente non capirsi e non essere capito, è pure fisiologico che il genitore
non si adatti immediatamente e completamente al cambiamento del figlio
annullando il proprio punto di vista per non entrare in conflitto con lui. Esiste, ed è
importante che non sia annullata, una differenza generazionale che comporta un
diverso modo di affrontare la realtà e che perciò determina il presentarsi di
momenti conflittuali, che hanno un valore evolutivo. Invece, se il genitore potesse
condividere totalmente il cambiamento del figlio, la differenza generazionale
sarebbe annullata ed il giovane non potrebbe confrontarsi con qualcuno diverso da
lui, non potrebbe scontrarsi con questo qualcuno diverso per verificare se stesso e,
quindi, per individuarsi. In altre parole non potrebbe elaborare i processi di
separazione-individuazione necessari per diventare un adulto.
Dunque le nuove possibilità non nascono improvvisamente, né giungono a
compimento in breve tempo. Esse sono il risultato di un processo lento e
graduale, fatto di fasi alterne, durante il quale si possono osservare le
manifestazioni, spesso contraddittorie, del lavoro che ciascun adolescente deve
compiere per crescere. Il risultato del processo, l’adulto che quel particolare
adolescente diventerà, lo si potrà scoprire molto più tardi, quando oramai
l’adolescenza sarà superata, almeno nei suoi aspetti più burrascosi. Bisogna perciò
imparare a convivere con l’incertezza presente tutte le volte che si è a contatto con
qualcosa che si sta sviluppando e che porta con sé interrogativi come “chi sarà”,
“cosa diventerà”, “chi sarò io per lei?”. Non è possibile dare una risposta a questi
interrogativi. E’ possibile però vivere il processo di cambiamento con interesse,
con piacere, con curiosità, se si è sostenuti dalla fiducia in se stessi quanto nel
figlio.
E’ solo mantenendo questa fiducia di base che il genitore può vivere
con il figlio adolescente senza preoccuparsi troppo e continuando a svolgere la
propria funzione di genitore che, pur dando dei limiti o delle indicazioni, può
osservare l’evoluzione del figlio aspettando che le sue potenzialità evolvano
secondo le modalità che il figlio stesso può trovare utilizzando anche la strada dei
tentativi, degli errori e dei recuperi. Questa fiducia di base infatti consente di
vedere i singoli comportamenti del figlio come inseriti in un processo, come
tentativi o prove che il figlio mette in atto per conoscere se stesso e il mondo
circostante. I tentativi e le prove non definiscono l’identità del figlio, ma sono
espressione di un momento della sua evoluzione.
D. Winnicott suggerisce che, per seguire l’evoluzione del figlio mantenendo
con lui un rapporto costruttivo, è necessario rinnovarsi in sintonia con le nuove
potenzialità e con i nuovi bisogni del ragazzo, ma ciò non significa rompere con il
passato, rinnegare i propri valori, diventare un’altra persona. L’adolescente non ha
bisogno di questo. Al contrario ha bisogno che il genitore continui ad essere se
stesso, cioè un adulto con un proprio sistema di valori, con interessi, con desideri,
con bisogni propri, un adulto che continua a svolgere la funzione di colui che
contiene, che dà i limiti e che, contemporaneamente, riconosce l’altro, il figlio,
come una persona diversa da lui, con potenzialità in espansione, che nel corso
della crescita acquisisce sempre maggiori strumenti per fare scelte personali
costruttive, anche se non necessariamente corrispondenti a quelle che il genitore si
aspetterebbe dal figlio. |